mercoledì 6 gennaio 2016

Tempo di bilanci (parte prima)



L’anno 2015 è da poco finito e, come in ogni attività, è giunto il momento di redigere il bilancio di cosa è successo nell’arco dei 365 giorni trascorsi.
Il titolo di questo blog inizia con il riferimento alla terra, perché è da li che arriviamo e li torneremo, ma non nel senso immediato e comune del temine, come ci hanno abituati a pensare (…. ricordati che sei polvere e polvere ritornerai!) perciò tralasciate gli scaramantici gesti.
Tempo fa, l’uomo da cacciatore/raccoglitore si è trasformato in agricoltore e sino alla rivoluzione industriale del mille ottocento, le cose non sono cambiate di molto.
I sapientini, allora, potrebbero puntualizzare che arriviamo dal mare, mentre i romantici cantano che “siamo figli delle stelle” e, forse non hanno tutti i torti.
Notizie recenti propongono tesi, in base alle quali si ipotizza che la vita sulla terra potrebbe essere dovuta a molecole organiche arrivate dallo spazio, portate da comete che impattarono miliardi di anni fa sul pianeta in fase di formazione.
Da parte sua Francis Crick, che insieme a J.D Watson propose la struttura a doppia elica del DNA, e per questo fu insignito nel 1962 del premio nobel per la medicina, per spiegare la vita sulla terra propose la teoria della “Panspermia guidata”.
E mi fermo qui perché ciò non è l’obiettivo del post.
La scarsità della superficie di terreno di cui dispongo, non mi permette di definirmi un agricoltore, però, nel retro di casa, invece del giardino ho preferito realizzare un microorto dove mi preparo per quel ritorno alla terra.
In ogni caso ritorniamo ai bilanci. 
Questa immagine mostra la disposizione del terreno a maggio, dopo aver trapiantato tutte le specie e varietà di piante che generalmente coltivo.
Poiché il terreno è poco e allo stesso tempo si tenta di massimizzare le produzioni, alla fine mi ritrovo con una monocoltura di solanacee, dove predominano le piante di pomodoro.
Durante l’estate, quando si raccolgono i frutti della terra, provvediamo alla pesatura delle diverse specie e, semplifichiamo, aggregando le diverse varietà.
Complessivamente abbiamo raccolto circa 130 kg. di prodotti, dove la parte da leone è stata sostenuta dai pomodori, effettivamente numerosi.

Ecco però riportate le piante trapiantate e le quantità raccolte:
-      44 piante di pomodoro (93 kg),
-      un centinaio di cipolle (12,7 kg),
-      24 di peperoni (7 kg),
-      4 di zucchine (4,5 kg),
-      24 di porri (3 kg),
-      9 di sedano (5 kg).
Mancavano le melanzane, per un errore nella stima delle piante da acquistare.
Se possibile, tipo nel pomodoro, cerco di diversificare le varietà da mettere a dimora e, ogni anno ne provo di diverse tra quelle proposte dal garden dove acquisto le piantine.
Le piante di zucchine, anche se trapiantate tre volte, non hanno prodotto molto: 4,5 kg., mentre in una annata normale, con quattro piante di zucchine si possono raccogliere oltre 20 kg. di frutti. Stesso discorso vale per il basilico che trapiantato due volte per ottenere qualche vasetto di pesto, non ha prodotto nulla.
In merito alle nuove varietà di pomodoro provate, la scelta è caduta, tra l’altro, su una varietà di pomodoro denominata “Nero di Crimea”. Pomodoro scuro e ricco in licopene, così viene descritto.
Francamente non sono rimasto molto contento di questa varietà per due motivi:
1)   la produzione, le piante hanno prodotto poco, tra di loro erano irregolari (una alta una bassa), i grappoli corti e con bacche piccole. Segni evidenti che non è stata ancora svolta quella selezione che porterà a fissare dei caratteri più stabili e a favore della produzione;
2)  il colore,  mi aspettavo un pomodoro scuro nella fase finale di maturazione, mentre, la bacca è diventata scura, ma nella fase di viraggio, quando un normale pomodoro passa dal verde al giallo, quindi all’arancione e poi al rosso. Il “nero di crimea” è diventato, prima viola scuro, poi a maturazione completa è ritornato tendenzialmente al classico rosso.
Una volta estirpate le colture estive, talune anticipatamente causa attacchi parassitari, ho trapiantato altri porri, del radicchio invernale (raccolti oltre 5 kg), broccoli e verze, che aspettiamo maturino.

sabato 2 gennaio 2016

Crostini ricchi “in secco”



Giorni fa parlavo con un collega in merito all’autoproduzione dei comuni crostini. Nell’apprendere che si potevano preparare anche in casa, per la meraviglia, spalancò talmente le fauci che potei visionare il cardias, il piloro e la prima frazione del duodeno.
Questo post è dedicato a quelli che pensano che i crostini si acquistino solo in negozio e, se avrete pazienza di arrivare fino in fondo, scoprirete il perché del titolo.
 
A casa nostra il pane si acquista una volta alla settimana, al sabato. Volutamente ne acquistiamo più del necessario.

L’ acquisto standard è un pane tipo pugliese, due-tre filoncini integrali e uno o due pani bianchi.
 

Al venerdì sera, dopo cena, si prende il pane avanzato e lo si riduce a fette, al fine di iniziare il processo di disidratazione. 





Al sabato mattina, quando il sole è allo zenit e l’impianto fotovoltaico raggiunge il picco della produzione, si prepara la pratica piastrina elettrica e si iniziano a biscottare le fette di pane.


 
Alla fine del processo di disidratazione, quando il pane è ben biscottato, lo si depone su un tagliere per facilitare l’evaporazione dell’umidità residua ed alla fine si inscatola e si mette via per essere successivamente utilizzato.








Si può usare  con le confetture, con il salmone, nelle vellutare e chi più ne ha, più ne metta. 
Quando l’origine di partenza è un pane prodotto con farina, acqua, lievito e sale, il crostino ottenuto è il prodotto più semplice possibile.




Non vorrei infierire, però un giorno entrai nell’ufficio del collega di cui sopra e vidi che aveva una confezione di crostini e tra le caratteristiche peculiari degli stessi veniva evidenziato che erano “ricchi in acqua”.
Poiché abbiamo appena visto che il crostino si ottiene disidratando del pane raffermo, posi la domanda: come può un crostino essere ricco in acqua? Non può essere, è un ossimoro!
Per farla breve, dopo molte mie provocazioni trovò la soluzione e rispose: “sono acquisti dei quali si occupa mia moglie”.
Da parte mia continuai a punzecchiare ed il passaggio successivo arrivò dopo qualche giorno quando, riferendo le parole della moglie, precisò che i crostini erano regali della suocera. Il tutto si fermò poi li.
Francamente ritengo che il crostino debba essere secco, altrimenti non è un crostino.
Già il suono onomatopeico “crost” da l’idea del secco, contrariamente al suono della parola budino che già dal nome sembra molle.
E poi mi chiedo, anche dal punto di vista economico, perché pagare per portare a casa dell’acqua?
Misteri del marketing.